Un elegante Einaudi "stile libero" sui toni del blu, con in copertina un laido ippopotamo a mollo.
Più che a stile libero,l'ultimo libro di Niccolò Ammaniti è un'opera da attraversare a dorso,perchè il nostro sguardo non scopra qualcosa di peggio sotto quelle acque torbide.
L'acqua si prende il suo spazio nella narrazione,occupando a volte il posto di giustiziere della notte,sordo alle suppliche delle sue vittime. Altre volte, è la tequila a rubarle la scena,mantenendo la stessa funzione.
Se siete tra quelli che pensano che anche un satanista può essere protagonista di un libro,prendete in mano questo volume, e senza farvi vedere dal libraio sfogliate le prime 3 pagine.
Se i satanisti vi hanno sempre fatto paura e siete dei timorati di Dio,questo libro è per voi: mettete il dito nelle pieghe nascoste del peccato e dei peccatori,fate di questo libro la pietra dell'esempio,e scopritevi un po' infedeli anche voi.
Più di tutto il resto,questo è un libro sul potere e su cosa succede quando lo si desidera.
Il potere è quella cosa che permette alla vostra vita di prendere la strada che volete,sia che lavoriate nel mobilificio di vostro suocero,sia che siate una giovane promessa della letteratura italiana.
Prima del potere non c'è assolutamente niente,se non il disordine innescato da un'intrecciata,surreale e concatenata voglia di sopraffazione e di riscatto.
Il prepotere,appunto.
O la prepotenza,se non amate i neologismi.
Ad ogni modo,avrei preferito il titolo " Che la festa Ricominci", perchè dopo qualche delusione Ammaniti torna a farci desiderare che la letteratura descriva anche queste cose, che lo scrittore racconti anche cosa succede dopo la festa, quando gli ospiti se ne sono andati e qualcuno ha vomitato sul vostro letto.
A proposito di feste,il libro ne è pieno. Fatevi versare dello spumante,e assaporate tutte le bollicine...
Ci sono solo due cose a cui non posso rinunciare nella vita,e la seconda è Ratman.
Venti anni fa nasceva come parodia a Batman quella che ora è un'icona,sopravvissuta ad anni di raccolte,di edizioni a colori,di scarse ristampe e di un mediocre cartone animato ( o come direbbe Leo: una palata).
In venti anni chiunque invecchierebbe,e molti senza neanche maturare. Leo Ortolani è per fortuna uno di questi,e in tutto questo tempo ha accumulato senza dubbio rughe,pancia e un'ironia in continua evoluzione.
Dopo aver sfottuto i fumetti marvel,i manga,diversi colossal cinematografici,la sessualità in ogni sua forma e,più di ogni altra cosa,il mestiere di fumettista e quello di geologo,questo fumetto ha ancora molto da regalarci.
Sebbene si vocifera che debba finire col numero 100...
Fino ad allora: flettete i muscoli e siate nel vuoto!
La merda della maiala degli stronzoli nel culo delle poppe pien di piscio co'gli stronzoli che escan dalle poppe de budelli de vitelli con le cosce della sposa che gli sorte fra le cosce troppe seghe dentro il cazzo troppi cazzi dentro il culo che gli spuntan dalle cosce che gli tornan dalle gambe con la mamma ne'ppompino della nonna che gli schianta da il suo corpo che gli leccano la schiena poi gli sputa ne'coglioni e gne lecca ni'ggroppone co schiantassa tra le zolle che si striscia'n mezz'all'erba che mamme tutte gnude che si struscian dalle file e si sgruppan con la schiena co le poppe sbatacchiate senza latte che si scopran tra le mucche che si infila che gli sorte'n mezz'all'erba che gni gira'mmezz'a'denti che gli sputa tan'de'n'terra e gli mettano le seghe nella fica e si gode con tutti insieme e si gode tutti insieme e lo guardan da lontano co i'ggroppone'nsudiciato e le cosce la su sposa co'i'mmarito i'pparente gnele schianta gni piglia d'ipparente con la carne dentro il corpo co i'ccorpo nella carne e la mamma sdraiata tra le zolle che gli mena le zolle che gli tornan sulla terra e gni schiantano'parenti gnele levano tre volte gnele sortano diciotto...
Sono pochi i libri che ti impediscono di fare altro,mentre li leggi.
Per quanto mi riguarda,c'è un solo scrittore che riesce a costringermi a smettere di leggere,per paura che il libro finisca troppo presto.
Stefano Benni ha finalmente scritto di nuovo,e stavolta è riuscito a cucire un abito da sera con degli scampoli di stoffa logora.
C'è tutto in questo "Pane e tempesta", e non c'è niente che non ci sia già stato nei suoi libri precedenti. Anzi,c'è spazio anche per delle vecchie conoscenze,per delle citazioni,degli ammiccamenti neanche troppo sottili.
Ci sono i vecchi e i bambini,gli ubriachi e gli animali,la natura e l'acciaio.
Ci sono gli amori vecchi e quelli nascenti,il potere degli spiriti e quello della buona cucina,cani fenomenali ed esseri umani viscidi.
Ma più di tutto,c'è la notte.
E' in una notte in autostrada che due vecchie cariatidi di un mondo in rovina ci svelano perchè loro non moriranno,e perchè il companatico degli uomini saggi è la tempesta.
Quindi leggetelo,e sperate di durare quanto i racconti che avete ascoltato e che raccontate.
( Mi ero dimenticato,tra una pagina e l'altra ci si può anche pisciare sotto dalle risate.)
" Con molto dolore per i morti e per la tragedia,devo dichiararmi perdente e sconfitta,perche' ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue. "
Vernice sulle teste degli extraparlamentari,sulla salopette e sui lunghi capelli castani di Roberta Arcestelli.
Il servizio d’ordine impietrisce perplesso,la folla grida,gli Indiani non se lo fanno ripetere due volte.
Dopo pochi istanti altri palloncini decollano dalla cima del carroccio,aprendo varchi tra tutti coloro che cercano di evitarli.
Le tre maschere,spiazzate,assistono impotenti a un crescendo disastroso.
Il servizio d’ordine,abbandonate le formazioni,carica la fortezza degli Indiani.
La scaletta rovina al suolo in un clangore assordante,schiacciando manichino,cuori di carta e un paio di dimostranti.
Lama si versa dell’acqua minerale e continua il discorso.
Gli Indiani scendono in campo,abbandonati i gavettoni rispondono con le mani alla carica del servizio d’ordine del Pci.
L’Umido tenta la fuga,ma un poderoso calcio nelle reni lo atterra.
“Non servirebbe a nulla”- pensa l’Umido – “tentare di spiegare che non faccio parte degli Indiani.”
Gesso e Bollo si rifugiano nei pressi del carroccio,trascinando Toro Seduto per le braccia.
L’arrivo dei rinforzi non si fa attendere,e ripreso il controllo della scaletta gli Indiani controcaricano.
Un mezzo scemo vestito da Apache si avvicina all’Umido e alle maschere che lo hanno appena portato al sicuro:
- “E’ ferito? Come sta?”
Bollo e Gesso non rispondono,e neanche l’Umido sembra in grado di farlo.
Stalin e Fidel portano via il caduto,sorreggendolo per mani e piedi a mo di barella.
Sui manifestanti improvvisamente cala la nebbia,pesante,accecante,sospetta.
La lancia di un estintore maschera la crudeltà della rissa con un nuvolone di polvere antincendio.
Lama snocciola una citazione erudita di Cicerone.
Dalla facoltà di Lettere lanci di patate bersagliano il servizio d’ordine,mentre qualche compagno piange inorridito alla vista della guerra civile.
Lama ha finito,nessun applauso.
Sul palco sale un altro politicante,che impugnato saldo il microfono tuona:
- “Compagni,la manifestazione è sciolta!Non accettiamo provocazioni!”
Il cordone allestito dal Pci cede,dozzine di universitari circondano il furgone.
Lama fugge scortato dalle tute blu.
Il furgone viene prima capovolto,poi distrutto da alcune spranghe spuntate dal nulla.
I vetri esplodono sulla folla,la visibilità continua ad essere scarsa e da tutte le borse spuntano pezzi di manici di scopa,san pietrini e chiavi inglesi.
Stalin piange disperato,Fidel tossisce e barcolla.
Ormai il giorno della vendetta era prossimo,e nessuno avrebbe riconosciuto il Bonghini sotto l’imponente copricapo pennuto da indiano.
All’azione prendevano parte Marcello Falchetti e Vittorio Tremina.
Il Falchetti di impressionante aveva solo il peso,da sempre paurosamente scarso per uno della sua statura;messo di profilo risultava praticamente invisibile,il che gli valse il soprannome di Francobollo,convenientemente abbreviato in Bollo.
Tremina era l’archetipo dello studente di giurisprudenza occhialuto e composto, ma con guizzi di follia brigatista che sfociavano in carismatiche orazioni di disobbedienza.
Malgrado non avesse frequentato gran parte delle lezioni,padroneggiava con talento l’arte della retorica,ed era solito iniziare le sue filippiche con la frase “Calma e gesso”;così facendo sperava di conquistarsi la platea,che invece ben presto coniò per lui l’epiteto di Gesso.
Il piano era semplice:quel giorno nel piazzale della Minerva si sarebbe tenuto un comizio del segretario generale della CGIL,Luciano Lama. Roberta Arcestelli,da brava femminista impegnata,non si sarebbe persa nemmeno una delle parole che quel glorioso partigiano della resistenza avrebbe pronunciato per gli studenti della Sapienza.
Al comizio erano presenti,oltre al servizio d’ordine e ai collettivi universitari,un nutrito gruppo di “Indiani Metropolitani”,perciò chiunque avesse notato tre persone in maschera non si sarebbe stupito più di tanto.
Per questa serie di motivi la mattina del 17,Bollo,Gesso e L’Umido,rispettivamente nei panni di Fidel,Stalin e Toro Seduto,fecero il loro ingresso nella città universitaria più spavaldi che mai.
Una pioggia appena accennata tintinnava su una scaletta da biblioteca,trascinata dagli Indiani fino a sotto i cancelli dell’ateneo;in cima alla scala un fantoccio di polistirolo era ornato da vistosi cuori rossi,che scolorivano con l’acqua.
Oltrepassati i cancelli,i tre sedettero sul bordo della fontana,in paziente attesa.
Alcuni giovani ricoprivano con vernice rosa una scritta accanto ai cancelli principali:
“I Lama stanno nel Tibet”.
Un’ora dopo,il servizio d’ordine aveva accerchiato la scaletta,e gli Indiani insistevano con slogan e ingiurie; il servizio d’ordine rispondeva per le rime.
- “E’ ora,è ora,miseria a chi lavora!”
- “Via,via,la nuova polizia!”
Toro Seduto iniziò a sudare,più per l’agitazione che per la giacca di pelle con le frange.
Stalin e Fidel aspettavano solo il momento propizio.
Puntualissimo,il segretario generale,scortato da una dozzina di tute blu,saetta nel tumulto scodinzolante della folla,trattenuta con rigore dal servizio d’ordine.
Lo sguardo assente di Luciano Lama non incrocia quello di nessun altro,ma si solleva solo di fronte alle aiuole della facoltà di Legge,in prossimità del furgone adibito a palcoscenico del comizio.
Tre altoparlanti da sopra il furgone gracchiano una marcia trionfale,preparata ad hoc dalla Cgil.
Gli Indiani scalpitano.
Alle 10 meno qualche minuto il trio mascherato abbandona la postazione per dirigersi sotto il furgone ,mentre la fontana viene coperta da un paio di striscioni.
Alle 10 esatte il comizio si apre,ma dell’Arcestelli ancora nessuna traccia.
Il segretario generale parla,gli slogan si infittiscono,il servizio d’ordine assesta qualche spintone.
L’Umido esamina preoccupato tutti i volti femminili nella piazza,senza successo.
- “Non c’è più tempo Bollo,se non arriva subito che ce ne facciamo dei palloncini?”
- “Calma e gesso,vedrai che arriva.”
- “Ma si Umido,ascolta Gesso,vedrai che tra un po’ arriva,noi le tiriamo i palloncini e poi si va via come se niente fosse.”
Lama sentiva le parole pesanti,avvertiva sempre più vicino il momento dell’esplosione.
Gli extraparlamentari fischiano indignati,una voce di donna grida “Vergogna!”
E’ lei.
Salopette e fazzoletto rosso,uguale a decine di altre.
Stalin,Fidel e Toro Seduto armano la mano.
Tre palloncini puntano dritti sul corteo,oblunghi come fagioli scavalcano in volo il servizio d’ordine.
Uno dei tre,deformatosi fino al limite,esplode rovinoso al culmine di una traiettoria parabolica.
- “Mi frega un cazzo di Bollo,io Pancho Villa non lo faccio! Meglio Stalin guarda.”
- “Vabbè vabbè,Stalin è a posto,a te va bene Bollo?”
- “Frega poco a me,basta che la facciamo stà buffonata”
- “Oh,se deve essere una buffonata lasciamo stare però,eh!”
- “T’incazzi con niente tu,dai! Si fa si fa,ormai ho già comprato la maschera.”
- “Ma tu alla fine cos’è che fai?”
- “Toro Seduto.”
S’era deciso così: il 17 febbraio 1977,giovedì grasso,L’Umido,Bollo e Gesso avrebbero fatto un’azione.
Tutto era stato preparato,esaminato,cassato e infine approvato in quasi tutti i dettagli,eccetto la scelta dei costumi.
La cosa era andata più o meno come la si raccontava nei collettivi e vicino ai flipper: tempo prima,Alfredo Bonghini aveva condiviso una notte con Roberta Arcestelli,la gazzella imprendibile del corso di scienze politiche,femminista con argomenti disastrosamente convincenti.
Dopo una cena insignificante,un distratto dialogo sul marxismo e qualche accenno agli ultimi fatti di cronaca,il Bonghini non ce la fece più,e timido come una lumaca fece scivolare un braccio sulla coscia dell’Arcestelli,che nel frattempo si avvicinava per caso.
Malgrado il tocco del Bonghini sembrasse più quello di un ortopedico che di un innamorato,l’Arcestelli non se lo fece ripetere,e avviluppò il maldestro gasteropode in una confusa pomiciata.
Ora,l’errore del Bonghini fu solo quello di non aver mai avuto a che fare con altre donne,il che,sommato alla giovane età e alla travolgente esuberanza,si produsse in una involontaria e palese eiaculazione.
L’Arcestelli,anziché consolarlo,impostò uno sguardo da totano surgelato,cercando di glissare abilmente sulla filosofia sociale di Marcuse.
L’ennesimo,ma non ultimo,errore del Bonghini,fu di non aiutarsi con qualche scusa biascicata e un tremulo balbettio,ma di dire sconsolato:
- “Beh,ormai non si può più far niente…”
L’Arcestelli si rivestì in un lampo,ammise di essere delusa e amareggiata,e poi disintegrò le ultime difese del goffo amatore con l’epigrammatico:
- “Tu volevi solo il mio corpo.”
Bonghini si trascinò in strada senza nemmeno potersi lavare,ma quella sera stessa commise il suo ultimo,colossale errore.
Bollo fu il primo a saperlo,ma una settimana dopo la città universitaria aveva un nuovo eroe:Alfredo Bonghini,detto L’Umido.